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Per visitare Sarzana vi proponiamo un itinerario un po' insolito; invece di iniziare la visita della città da una delle sue porte, come di solito avviene, vi invitiamo a salire alla Fortezza di Sarzanello detta anche di Castruccio, perché secondo il Macchiavelli fu costruita dal condottiero lucchese quando andò a campo a Serezana; e per espugnarla fece sopra essa una bastia, la quale, di poi murata dai Fiorentini si chiama oggi Serezanello.
In realtà sul colle si trovava già il castello dei vescovi di Luni, e la notizia riportata dal celebre autore del Principe segue una tradizione che si è dimostrata, alla prova dei fatti, priva di fondamento storico.

Per raggiungere la fortezza si procede da viale Mazzini, un tempo alberato da un doppio filare di platani e da acacie pinifere, vanto di Sarzana e dei marchesi Ollandini, che lo fecero costruire nel 1831 come viale di passeggio per la città, ma anche per collegare la loro magnifica villa con la Porta Nuova.
Nel 1789 fu riaperta infatti, la porta medievale di Sarzana, detta anche di San Bartolomeo o Pisana che aveva ricondotto l'antico percorso medievale, la via Francigena, all'interno del centro storico rianimandone commerci ed attività. Ma di questo si dirà dopo...

A metà del viale si incontra l'indicazione per la Fortezza.
La strada salendo fiancheggia il vasto parco di lecci di villa Ollandini e poi si apre sul paesaggio della piana.
Vi consigliamo di sostare un attimo nel breve rettilineo.
La veduta si apre verso la pedemontana dell'ultimo tratto della Magra, che presenta la tipica struttura geologica di deposito, la quale nel suo complesso divenire ha modellato il paesaggio.
Al piede della collina si distende la piana di Nave e di Segalara, Segalaria et Nava, negli Statuti del 1331, un ambiente agricolo fino a pochi decenni fa, già coltivato a vite nel medioevo.
La superficie disegnata dalla trama dei poderi e dei canali, frutto delle trasformazioni dell'antica centuriazione romana, si percepisce ancora nonostante gli sviluppi edilizi del secondo dopoguerra.
Le case coloniche, i mulini, le residenze di campagna dei Capitani, dei Lari, dei Cybei, poste sulle prime colline che risalgono il pendio attestano la vivacità imprenditoriale della nobiltà sarzanese in campo agricolo fra settecento e ottocento.

Fu questa che favorì la costruzione del Canale Lunense, opera irrigua di grande rilevanza per Sarzana e la bassa piana della Magra iniziata nel 1881.
L'infrastruttura si incontra spesso negli itinerari di questa guida ma può essere visitata soltanto per tratti.
Da tempo si auspica la possibilità di un percorso lungo le sue sponde, ricche di interessanti specie botaniche, ma ciò è difficile da realizzare anche a causa delle espansioni urbane che spesso ne impediscono la continuità.

In secondo piano, sul limite del terreno pianeggiante, si configura il ciglio elevato del terrazzo alluvionale del torrente Albachiara ornato dalle chiome perenni dei lecci e dei cipressi che circondano la chiesa di San Martino di Sarzanello ed alcune ville padronali.
Fra cui quelle dei Gropallo situate l'una sull'estremità del promontorio di Montecavallo e l'altra poco più in basso, sul piano di Segalara.

Casa Ivani (Disegno di Roberto Ghelfi)Proseguendo lungo la strada asfaltata, che sale a Fosdinovo lungo il tracciato di Paghezzana, si raggiunge la sella attraversata dall'antica via proveniente da Sarzana: essa fiancheggiava il borgo vescovile, il Castrum de Sarzano del 963, e raggiungeva la Cappella di San Martino de castro Sarzane, già attestata nel secolo XI, sotto il portico della quale i Vescovi di Luni amministravano la giustizia.
Gran parte dell'abitato, circa 120 case e la chiesa, con esclusione di casa Ivani, più fortunata appresso del mondo che la casa di Dio (lamentava sconsolato per gli avvenimenti tragici di quei giorni Francesco Grassi parroco di Sarzanello) furono distrutte nel 1748, durante la guerra di Successione Austriaca, perché si temeva che potessero nuocere alla difesa del forte.

Salendo dal piazzale lastricato della fortezza, nascosta dall'imponente terrapieno che ha rimodellato completamente il pendio della collina, si può osservare, sulla destra, il pianoro che ospitava l'antico borgo: sul fondo, verso valle, si scorge la casa Ivani, poi Delle Pere, risparmiata dalla distruzione perché sufficientemente lontana dalla fortezza.
Prima che le trasformazioni rinascimentali pregiudicassero completamente la lettura del borgo medievale, il castello proteggeva l'abitato da monte, come accade in gran parte dei borghi di promontorio lunigianesi e doveva essere tutt'uno con l'abitato difeso, a sua volta, da mura.
L'unica rappresentazione di Sarzanello prima della distruzione è ancora una planimetria settecentesca redatta da Matteo Vinzoni: mostra un insediamento regolare organizzato per isolati lunghi e stretti.
Sembra un insediamento pianificato, diverso da quelli che circondano la valle. (Soltanto una campagna di scavo archeologico potrà dire qualche cosa di più in merito).

Il colle difeso naturalmente da monte, si distacca dalla catena che lo genera, e forma una sorta di balcone naturale che si dilata salendo sul maschio della fortezza e percorrendo il cammino di ronda delle guardie.
La composizione architettonica dell'edificio è monumentale: combina insieme due prismi triangolari uno dei quali munito di torrioni d'angolo, sagomati da una scarpata basamentale, che un toro di pietra raccorda alla parete verticale, protetta ancora dalle piombatoie menate.
Emerge una figura romboidale, che richiama i modelli delle fortezze di transizione (fra la difesa medievale e quella delle armi da fuoco) dei trattati di Francesco di Giorgio Martini (1439-1501), architetto senese che affrontò il problema delle nuove tecniche difensive.
Fortezza di sarzanello (Disegno di Roberto Ghelfi)Il fragore terribile delle bombarde di Maometto II, che il 29 maggio 1453 avevano distrutto le mura di Costantinopoli e permesso il saccheggio della città, privando la cristianità di uno dei suoi due occhi, - scriveva Enea Silvio Piccolomini allora Vescovo di Siena al papa, sanzanese, Niccolò V Parentuccelli - faceva sentire la sua eco anche in Lunigiana.
Fu Lorenzo il Magnifico che decise di munire una terra, tanto strategica per il controllo della Toscana, con opere difensive d'avanguardia.
Le costruì il Francione (1428-1495), architetto e maestro di fortificazioni fiorentino, con la collaborazione di Luca del Caprino (1422-1503) architetto invitato a giudicare i modelli per la facciata di Santa Maria del Fiore nel 1491.
La fortezza di Sarzanello trasformò radicalmente quel che restava del castello vescovile, già modificato da Castruccio e dai Campofregoso, e ne inglobò le strutture residue all'interno dei terrapieni che formarono gli spalti.
A queste preesistenze si deve, con ogni probabilità, anche l'insolita struttura del rivelino, che protegge l'ingresso della fortezza, terminata dai genovesi nel 1502.
Il De Hollanda, pittore che intervistò Michelangelo Buonarroti, la rilevò come insigne modello da far conoscere al re del Portogallo ed ancora oggi la struttura del forte è studiata ed ammirata da specialisti italiani ed europei quale raro esempio di coerenza architettonica e difensiva.
Il cammino di ronda domina una veduta delle più amene che possano desiderarsi, e sopra tutto un clima perfettissimo, onde non è meraviglia se in Sarzanello abitavano talvolta gl'antichi Vescovi di Luni, ricorda Matteo Vinzoni.

Percorrendo per intero il circuito, si possiede una visione completa del territorio della bassa valle della Magra, dai contrafforti dell'Appennino Ligure al mare.

A nord ovest le cime di Beverone e Montenero, del monte Dragnone e del Gottero che spunta sul fondo della prospettiva.
Ad est il versante del crinale di Fosdinovo che segnava il limite della giurisdizione medievale di Sarzana.
In basso la piana di Luni ed il mare Tirreno con le isole dell'arcipelago Toscano.
Di fronte la parata dei castelli costruiti sul diaframma collinare che separa la val di Magra dal golfo della Spezia, dietro ai quali si può scorgere il più lontano crinale delle Cinque Terre.

Procedendo dal basso e risalendo con lo sguardo in senso contrario l'andamento della Magra che scorre al piede delle colline si individuano i borghi di Ameglia e Montemarcello disteso sulla sommità del pianoro; monte Murlo sede dell'Orto Botanico del Parco Montemarcello Magra; il monte Caprione con i suoi quattro poggi ancora oggi boscosi.
La valle del canale del Guercio, corridoio naturale tra Lerici ed il golfo della Spezia, separa i boschi dei Caprione dal promontorio di Trebiano generato dai monte Ginestroni.
Sulla sua sommità nel secolo XIX, durante le opere di fortificazione del golfo della Spezia fu costruito il forte Canarbino.
La testata del promontorio è occupata dal borgo di Trebiano con il suo castello e la pieve di San Michele ricca di magnifiche sculture, terra dei Mascardi nobile famiglia sarzanese.
Più a nord l'abitato di Arcola, antico feudo degli Obertenghi e poi degli Estensi, appoggiato su un basso colle prospiciente la piana della Magra, punto di arrivo di alcuni percorsi provenienti dal territorio rivierasco, che dalle colline retrostanti il golfo della Spezia, scendevano verso il fiume collegandosi alla strada per Roma.
I borghi di Vezzano con le torri ed i castelli dei signori omonimi i quali riscuotevano, su autorizzazione del Vescovo di Luni pedaggi sulla via Francigena da Santo Stefano a Sarzana, occupano il promontorio successivo ed assomigliano ad un unico grande centro.
Sul fondo il monte Santa Croce con i borghi di Follo e Tivegna che chiude, con Madrignano e l'imponente castello in sinistra del Vara, il cuneo della bassa val di Magra.
Bolano, che vediamo più in basso, è avamposto del sistema montuoso attraversato dalla via Regia del Gottero.
L'antica strada già utilizzata dai Liguri divenne, assieme alla Francigena, che percorreva il fondovalle della Magra, la principale arteria commerciale del territorio vescovile.
Come ricorda lo storico Gioacchino Volpe, nella sua preziosa Lunigiana Medievale, su di esse transitavano panni di lana oltramontane, lane sardesche, mezzelane di Lombardia, tele, lino, canape, cera, pelli di Sardegna,sale, cuoi, carni salate, ferro, acciaio, vetri, miele, cacio messinese, legname addotto per le vie di terra o fluitato dalla Magra, frumento ecc.
L'abitato di Ponzano Superiore con la torre campanaria indica il tracciato della variante montana della via Francigena che, scendendo il colle della Brina, raggiungeva le acque del torrente Amola ed entrava nel territorio di Sarzana.
Ad est della fortezza, in alto quasi sul crinale, Fosdinovo, l'importante centro feudale sulla radice delle dorsali che, formando una sorta di Y rovesciato, scendono a Sarzana e Caniparola.
Castelnuovo, con la grande torre della residenza vescovile, in basso, si allunga sul colle; Nicola, più lontano, proteso verso la valle domina il piano di Luni mentre Ortonovo, fiancheggiato dal bianco Santuario di Nostra Signora del Mirteto, sullo sfondo del monte Boscaccio, chiude la prospettiva della valle, confine fisico fra Liguria e Toscana.
Particolarmente suggestive sono ancora le basse pendici collinari coltivate con viti ed ulivi e la piccola collina di Montesagna, che nasconde parzialmente la settecentesca Villa di Caniparola.

Prima di gettare uno sguardo sulle immediate pertinenze della città notiamo, alle spalle della fortezza, una costruzione ottocentesca di colore rosso in forma di castello medievale, con basamento a scarpa e quattro torri angolari.
E' villa Podestà Lucciardi, nobile famiglia sarzanese più nota per il palazzo di città progettato dal Barabino.
Alla vasta tenuta si accede tramite un viale di platani monumentali situato sulla strada che collega Sarzana con Fosdinovo.

Un lungo crinale, simile a quello di Montecavallo, caratterizzato dalle essenze sempreverdi tipiche dei giardini delle residenze di campagna, delimita il vasto pianoro fortemente urbanizzato attraversato dal torrente Calcandola e dal canale Turì.
Il crinale, detto anche di Santa Caterina o di Monterosso per il colore caratteristico del terreno, segnava nel medioevo il limite settentrionale del territorio di Sarzana.
Più in basso a destra, ai piedi del monte d'Armolo, si vedono il convento dei Cappuccini con la macchia di lecci del giardino ed il viale di cipressi che fiancheggia il torrente.

Il Calcandola, che esce nella piana dopo aver raccolto le acque del bacino montano, passava più vicino alla città, anzi all'interno delle mura rinascimentali ed il suo rapporto con essa era vitale: osservava il Targioni Tozzetti purifica molto l'aria, e la rende perfetta.
Tuttavia le sue piene repentine e rovinose ad un tempo, testimoniate ancora da una relazione di Matteo Vinzoni, recavano molti danni alle colture riempiendo i campi di detriti e di ingombranti massi trascinati dalla furia della corrente.
Il suo alveo doveva essere così largo che le sue ghiaie sono state ritrovate anche sotto il palazzo Remedi, nella palazzata adiacente al lato sud est di piazza Matteotti, nome che oggi sostituisce l'antico idronimo.

Sarzana si distende al piede del colle fortificato dai vescovi di Luni, su un deposito alluvionale, un rialto, osservava Buonaventura De Rossi celebre erudito sarzanese del secolo XVIII, autore della Collettanea Copiosissima che si trova presso l'Archivio Comunale rilegata in un prezioso volume, che non si accorgono i viandanti che sia veramente collina con un ciglio accentuato verso sud est, scavato dalle acque del torrente Rigoletto.

Nel comprensorio più vasto della bassa valle della Magra, dominato dalle comunità collinari, Sarzana ritagliò un suo spazio, che con il passare del tempo acquistò anche una fisionomia domestica.
Era quasi simmetrico delimitato com'era a nord ovest dal ciglio dalla regione di Monterosso o di Santa Caterina ed a sud est dal ciglio di Montecavallo scavato dal torrente Albachiara prossimo al confine con Fosdinovo, ancora oggi territorio toscano che si incunea all'interno della Liguria.
Tra questi limiti si animò la pertinenza della città con le residenze di campagna costruite nelle posizioni più amene e soleggiate, circondate da giardini e coltivazioni di pregio, immerse nel bel paesaggio agrario, irrigato dalle acque della Magra captate, più a nord, sotto Caprigliola e condotte attraverso le sponde del Canale Lunense.

Tutto il sarzanese è pieno di uve preziose affermava nella prima metà dell'800 il Gallesio, agronomo di Finale Ligure; durante uno dei suoi viaggi, attraverso la Toscana, ne elencava undici specie bianche, e cinque nere.
Ma non solo, esistevano numerose varietà di fichi, di mele, di olivi, all'interno di una campagna vissuta e profondamente umanizzata.
La tradizione era antica! Una rubrica degli statuti del 1269 ed una, più dettagliata, del 1331, comandavano ai proprietari dei terreni, sotto pena di multa pecuniaria, di mettere a dimora alberi di specie diverse.
Nei terreni di 20 iugeri, circa 16 ettari, secondo le stime della Gianfranceschi, si dovevano mettere a dimora ogni anno, per dieci anni consecutivi, da ottobre a maggio, tre alberi ogni iugero (8370 mq) di olivi, noci, mandorli, pioppi salici al di fuori degli orti.
All'interno degli orti, che erano recintati, il proprietario doveva piantare per ogni stagione alberi di fichi, peschi, peri, ciliegie, mele dolci, melograni, prugne ed uve di varie qualità.

 

Da “I percorsi d'arte più belli e più segreti della Val di Magra e della Terra di Luni”
di R. Ghelfi e C. Sanguineti - Edito da Agorà Edizioni e LAB Laboratorio d'Arte Contemporanea Lunigiana


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22.03.2012
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